Pietro Melandri

Pietro Melandri: Il Maestro della Ceramica Italiana del Novecento

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Pietro Melandri nacque a Faenza il 24 luglio 1885 da Agostino e Colomba Grilli. Fin da giovanissimo, si avvicinò al mondo della ceramica, lavorando nel laboratorio dei fratelli Minardi e frequentando i corsi serali della Scuola d’Arte e Mestieri di Faenza. Qui entrò in contatto con artisti come Domenico Baccarini, Francesco Nonni e Riccardo Gatti, con cui avrebbe condiviso un percorso di innovazione artistica. Proprio questa formazione non convenzionale gli consentì di sviluppare una visione artistica indipendente, che lo portò a divenire una delle figure più influenti nel panorama della ceramica del Novecento.

Nel 1906, Melandri espose le sue prime opere pittoriche alla mostra della Società per il Risveglio Cittadino di Faenza. L’anno successivo si trasferì a Milano, dove lavorò come decoratore e scenografo, frequentando l’Accademia di Brera e i corsi di arti applicate al Castello Sforzesco. In questo periodo, entrò in contatto con personalità di spicco come Antonio Sant’Elia, architetto futurista, e l’architetto Enrico Barbieri, che contribuirono alla sua formazione e alla sua continua ricerca di nuove espressioni artistiche.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, nel 1919, Melandri tornò a Faenza, dove iniziò a collaborare con Paolo Zoli nella firma “La Faience”. Questa esperienza lo portò a creare opere che univano la tradizione della ceramica faentina con influenze liberty e della Secessione viennese. Tuttavia, le divergenze personali portarono alla rottura della società nel 1920. In seguito, Melandri rilevò il laboratorio di Achille Scalzi e continuò a produrre opere di straordinaria qualità, divenendo noto per la sua abilità nell’utilizzo dei lustri metallici, tecnica che lo rese celebre anche all’estero. Nel 1922, fondò la ditta Focaccia & Melandri, che divenne rapidamente una delle più prestigiose realtà nel campo della ceramica. La medaglia d’oro alla Mostra della Ceramica di Pesaro nel 1924 è solo uno dei numerosi riconoscimenti che premiarono la sua eccellenza.

Le sue creazioni, come i vasi “senatoriali” e piatti rinascimentali, vennero esposte a livello internazionale e conquistarono il pubblico della Mostra d’Arti Decorative di Parigi del 1925. Un testo di Antonio Beltramelli del 1928 descrive Melandri come un “artista di razza”, capace di inventare “forme sempre nuove, meravigliose decorazioni, smalti policromi, contrasti armonici”, opere che uscivano di continuo dalla sua fantasia instancabile. Il fuoco, elemento fondamentale nel suo processo creativo, era per Melandri un mistero che spiare e dominare. Le sue opere “non saranno dimenticate”, come profetizzò Beltramelli. Ed è proprio attraverso queste opere che Melandri ha lasciato una traccia indelebile nella storia della ceramica e dell’arte italiana.

Negli anni successivi, la sua ricerca artistica si arricchì di una nuova visione: le celebri “grottesche” di Melandri, ispirate alla natura e alla mitologia, rappresentano un punto di svolta nella sua produzione. Attraverso queste, Melandri riuscì a trasformare i modelli di riferimento, creando forme originali e totalmente innovative. Le sue opere, più che semplici oggetti decorativi, erano vere e proprie espressioni artistiche, frutto di una continua sperimentazione. La mostra “L’indispensabile superfluo. Le ceramiche di Pietro Melandri (1885-1976)” a cura di Roberto Cobianchi, in collaborazione con Marco Arosio, ha avuto l’importante ruolo di celebrare il vasto percorso creativo del maestro, ripercorrendo la sua produzione, dalla collaborazione con Melandri & Focaccia (1922-1933) fino alla maturità degli anni Quaranta e Cinquanta, quando le sue opere si arricchirono di nuovi significati simbolici e stilistici.

La sua arte non si limitò alla creazione di oggetti d’uso, ma si inserì in un dibattito culturale che vedeva la ceramica come protagonista della scena artistica italiana, accanto ad altre forme d’arte come la pittura e la scultura. La ceramica, infatti, iniziò a essere riconosciuta come una forma artistica autonoma grazie a maestri come Melandri, che seppe valorizzare le proprie capacità tecniche e creative. La rinascita della ceramica nel panorama artistico italiano fu anche sostenuta da movimenti avanguardisti, tra cui il Futurismo, che Melandri, pur non aderendo direttamente al movimento, riuscì a interpretare con un linguaggio personale, lontano dalle convenzioni del passato.

Melandri si distinse anche per il suo rapporto con il fuoco, elemento che dominava il suo processo creativo, studiando le sue leggi e le sue misteriose trasformazioni. Il fuoco non era solo uno strumento per cuocere l’argilla, ma diventava parte integrante della sua arte, conferendo alle sue opere un carattere unico e inimitabile. Il fuoco e il colore erano gli ingredienti di un’alchimia che Melandri seppe perfezionare nel corso della sua lunga carriera, facendo delle sue ceramiche vere e proprie opere d’arte.

Le sue creazioni continuarono ad arricchirsi e a evolversi fino agli anni Cinquanta, quando la sua fama come innovatore nel campo della ceramica raggiunse il suo apice. Tra le sue opere più celebri ricordiamo i pannelli mitologici per le navi “Conte Biancamano” e “Il Conte Grande”, nonché i monumentali pannelli per il cimitero dell’Osservanza di Faenza. Il suo laboratorio, che subì gravi danni durante la Seconda Guerra Mondiale, continuò comunque a produrre pezzi d’arte fino agli anni Sessanta.

Pietro Melandri morì a Faenza il 25 ottobre 1976, lasciando un’eredità artistica che continua a vivere nelle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo. Oggi, le sue opere sono esposte in numerosi musei, tra cui il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, che conserva e celebra la sua maestria.

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